lunedì 2 novembre 2020

I QUADERNI DI HEIDEGGER




I «Quaderni di Heidegger». Über-legungen An-merkun-gen rap-so-dikx Vigiliae Notturno Winke (Cenni)Vorläufiges (Provvisorio) Megiston Grundworte (Parole fondamentali) è già là l’EveNtöntostoria dell’Essere già’abissalEveNtö della storia dell’EvENtö EVENtö–Story dei quaderni di Heidegger.

I Quaderni Di Heidegger  

Radura pensare che per Heidegger il razzismo sia metafisico? E che sia questo il motivo per prendere distanza dal principio della "razza"?
Tutt’altro che assente, la parola Rasse comincia ad affiorare nell’opera di Heidegger a partire dal 1933 e diventa più frequente nella seconda metà degli anni trenta la questione dell’essere e la questione. 
Il che non deve stupire. È quanto avviene in genere nei testi degli autori coevi, da Jünger a Schmitt. 

Al cauto silenzio fa seguito una presa di posizione su una parola chiave della lingua del Terzo Reich.
Nell’atteggiamento che Heidegger assume verso il tema della razza si riflette, e si chiarisce, quello verso il nazionalsocialismo. 
La riflessione critica sulla riduzione biologica del concetto, l’interrogativo sull’etimologia del termine e il rinvio a un significato più ampio non devono indurre a credere che Heidegger respinga il concetto, espunga la parola. 

Tacciare il razzismo di metafisica non vuol dire in nessun modo escludere l’idea di una divisione gerarchica dell’umanità dove sono alcuni popoli, e non altri, ad avere spazio nella storia del mondo.

La parola "razza" compare nelle pagine di Heidegger quasi sempre tra virgolette. 
Si tratta di quelle virgolette il cui uso ambivalente viene sottolineato da Derrida per l’analogo caso di Geist, "spirito". 
È un modo di assumere la parola senza assumerla, di renderla tuttavia accettabile. «La catarsi delle virgolette la libera dalle sue impronte volgari». 

Se la parola compare senza la sorveglianza delle virgolette è per essere riguardata con sospetto.
Certo non è difficile immaginare che Heidegger sia ben distante dal razzismo di matrice biologica, non solo e non tanto per le pretese scientiste o per il primato attribuito alla corporeità. 
Piuttosto il motivo è che il biologismo non è che uno degli esiti della metafisica. 
«Ogni pensiero sulla razza è moderno, si muove sulla scia della concezione dell’uomo come soggetto». 
Più volte Heidegger ribadisce che razza e soggettività sono strettamente connesse. E rinvia per questo nesso a Jünger.
«"Razza" è un concetto di potere – presuppone soggettività, cfr. su ciò Ernst Jünger». 

Ma in che senso il pensiero della razza deriva dalla concezione del soggetto e soprattutto dal potere, o meglio, dalla potenza e dalla volontà di potenza?

Si deve presumere che ad aprirgli la via non sia solo Nietzsche, il cui «pensiero delle razze non ha un senso biologistico, ma metafisico». 
Aufzucht è un termine, già usato da Nietzsche, e poi passato nel gergo nazista, che Heidegger non si fa scrupolo di usare, anche se in senso spregiativo; vuol dire "allevamento", ma anche, con il valore più ristretto di Zucht, "disciplina". 

L’etimologia di Rasse, per quanto oscura, risale al francese antico haraz che, a sua volta di derivazione scandinava, significa "allevamento di cavalli". 
L’omogeneità non è data ereditariamente, ma è cercata, voluta, attraverso il calcolo.

Solo un soggetto moderno, che si pretende sovrano, può giungere, in quel processo manipolativo di autoaffermazione, fino al punto di pensare la razza, l’idea cioè di allevare essere umani per farne un gruppo omogeneo. 
In tal senso la cura della razza è una misura estrema e parossistica a cui spinge la modernità.

Si esaurisce però qui la critica di Heidegger che, pur condannando biologismo, darwinismo e metafisica soggiacente, quella della volontà di potenza, non mette davvero in discussione la "razza", non dice che è un’invenzione, né tanto meno avverte che gli esseri umani non sono animali e non sono distinguibili in specie. 

Proprio la distinzione sembra, malgrado tutto, essersi conservata nel suo modo di pensare. 
Di qui il passaggio da razza a rango per giustificare una distinzione che non si riduca alla mera carnalità. 

La distinzione di «rango», indicata dall’aggettivo rassig, diverso da rassisch, non è voluta, attraverso cioè una manipolazione biologica, ma si dà, accade, avviene, come un evento.
"Razza" non indica solo il tratto razziale [Rassisches] come ciò che è legato al sangue, nel senso dell’eredità, del legame ereditato con il sangue e dell’istinto vitale, ma spesso indica parimente anche il tratto di razza [das Rassige]. 

Qualcosa infatti è di razza indipendentemente dalla carne, come quando, per esempio, diciamo (almeno i giovani dicono) che "un’auto è di razza". 

Il tratto di razza [das Rass -la questione dell’essere e la questione ebraica  realizza un determinato rango, dà determinate leggi, non riguarda in prima linea la carnalità della famiglia e delle schiatte. 
Il tratto razziale [Rassisch] non ha originariamente alcun bisogno di essere di razza [rassig], può anche non essere di razza.

Razza e rango non si identificano. Ciò che è di razza non è necessariamente di rango. 
Ma nel far valere il «rango», Rang, Heidegger non contesta il «primato», il Vorrang, quell’idea che il pensiero della razza porta con sé senza chiarirlo. 

Se si guarda all’etimologia, Rang, a sua volta derivante dall’antico francese renc o rang, significa cerchio, adunanza, indica il disporsi all’interno di un circolo.
Non si può dire che questa figura, che evoca un tetro assemblarsi di cavalieri medievali, non comporti l’allineamento, l’ordine, sebbene in relazione al grado e al valore, che non preveda, dunque, una selezione. 

D’altronde, che rassig fosse usato in tal senso, è testimoniato dal racconto di Klemperer.

Frieda identificava l’essere tedesco con il concetto magico di ariano; le appariva quasi inconcepibile che una tedesca fosse sposata con me, lo straniero, la creatura di un’altra sezione del regno animale; troppo spesso aveva udito e ripetuto parole come artfremd [estraneo alla specie], deutschblütig [di sangue tedesco], niederrassig [di razza inferiore] Rassenschande [profanazione della razza] e nordisch [nordico]. 
Anche se tutto questo in lei non si condensava in un concetto ben chiaro.

Nell’Introduzione alla metafisica Heidegger stigmatizza infatti l’egualitarismo, il «predominio di una mediocrità dell’indifferente», del Gleichgültiges, che «attacca ogni rango [Rang], ogni spiritualità che abbia alito universale» e la fa passare «per menzogna». 
«Si tratta dell’invadenza di ciò che chiamiamo il demoniaco (nel senso del malvagio distruggitore)». 

Nei Quaderni neri, riprendendo questo tema, scrive: «animi afflitti parlano di "anticristo"; se venisse, non sarebbe che un inoffensivo fanciullo rispetto a quel che accade e che già ha trovato il suo esecutore».

Alla denuncia della mediocrità ugualitaria si accompagna la condanna del «mescolamento», della
Vermischung. 
La distanza critica dall’idea biologica della «razza» non gli vieta di restare fedele al rango, di attenersi al primato di una Denkart, di un modo di pensare, e di una Art, di una specie, quella di una «aristocrazia dell’esserci» (Adel des Daseins). 

Come il popolo non si riduce al corpo del popolo, ai legami di carne e sangue,così l’esserci non si limita alla «gettatezza», alla Geworfenheit.
Heidegger si richiama esplicitamente a Essere e tempo per mettere in chiaro che «razza» è una «condizione dell’esserci storico» che non può tuttavia assurgere a «incondizionato». 

Si dimentica altrimenti che l’esserci, se è gettato nella sua fatticità storica, è pur sempre libero, è progetto gettato, Entwurf.

Se il sangue non può essere condizione sufficiente, né tanto meno divenire l’incondizionato, è però «condizione». Così Heidegger, già nell’inverno del 1933-34, può dire: «sangue e suolo [Blut und Boden] sono potenti e necessari, ma non sono la condizione sufficiente per l’esserci di un popolo». 
E qualche mese più tardi aggiunge: "anche il sangue e il lignaggio possono infatti determinare nell’essenza l’uomo, solo se sono determinati da tonalità emotive, mai per sé soli". 

La voce del sangue [Stimme des Blutes] proviene dalla tonalità emotiva [Grundstimmung] che fonda l’uomo.

Il «torbido biologismo», che Heidegger rimprovera al «nazionalsocialismo volgare», quello di cronisti e opinionisti che non lesinano «uno stupido richiamo al Mein Kampf di Hitler» è una sorta di «materialismo etico».

Sta però solo qui il limite dei dottrinari del Reich e del loro Übermensch, del loro «superuomo»; rispondono all’ebraismo sullo stesso piano, e dunque in una vana rincorsa.

Per il resto, Heidegger ne condivide più di un mito spostando l’argomento sul piano ontologico. 
Il che non vuol dire ridimensionare la «questione», ma al contrario approfondirla e aggravarla.
la questione dell’essere e la questione ebraica.

Metafisica del sangue

Chi è ebreo? Come definire l’ebreo? La sua "essenza" non rischia di eccedere ogni definizione? L’accerchiamento, anche quello concettuale, non riesce a tracciare limiti precisi.
È questo il problema che nello stato nazista viene affidato alla burocrazia, quel potere oscuro degli uffici, che non per caso sarebbe stato direttamente responsabile dello sterminio. 
Nell’ostacolo della definizione si erano già scontrati i propagandisti di fine ottocento, da Marr fino a Dühring e a Fritsch i quali, malgrado tutto, non giunsero mai a identificare l’"ebreo", l’oggetto della loro ossessione, pur lanciando moniti e anatemi contro il pericolo rappresentato dal "sangue ebraico". 

Il male – dicevano – è nella razza.
Ma come definire la razza? Non è forse un «arcano» – come ammette qualche anno dopo Schmitt?
Il problema, complicato dall’esistenza del Mischling, il sangue-misto, il mezzo-ebreo che, non solo imbastardisce, rende impuro il "sangue ariano", ma impedisce di erigere barriere efficaci a protezione del "corpo tedesco", diventa urgente quando si passa alle misure antiebraiche e ai provvedimenti di esclusione. 

I documenti parlano di un disaccordo fra i legislatori nazisti sulle nozioni di razza e di
allogeneità. 
E mentre si fa strada la concezione essenzialistica, sostenuta dagli antisemiti radicali della nsdap,
per cui basterebbe una goccia di sangue ebraico per fare di un tedesco un bastardo, il confine si sposta sempre più fino a comprendere anche i mezzo-ebrei. 

Ma nonostante tutta la retorica, la legislazione nazista non giunge a una definizione biologico-razziale di "ebreo". 
Le leggi di Norimberga per «la protezione del sangue tedesco» restano incomplete. 
Il che crea imbarazzo fra gli scienziati della razza e gli eugenisti, da Eugen Fischer a Ottmar von Verschuer che, pur lodando opportunisticamente la legislazione, sono consapevoli di non fornire alcuno strumento per classificare i cittadini ebrei, dato che non esiste alcuna "razza ebraica".

Il paradosso è questo: da una parte si dice che può appartenere al popolo tedesco, ed essere concittadino, solo chi ha sangue tedesco, senza considerare la confessione religiosa – per cui un ebreo, convertito al cristianesimo, resta ebreo e non può appartenere al popolo tedesco; dall’altra
parte si dice che «non-ariani» sono le persone che discendono da ebrei, dove con «ebrei» si devono intendere coloro che appartengono alla religione ebraica.

Al contrario di quel che si crede, le leggi di Norimberga non sono basate su criteri "scientifici" e, solo per fini propagandistici, sono state dette "leggi razziali", dato che le fantasie razziste non hanno mai trovato riscontro empirico e hanno dovuto perciò far ricorso alla teologia.

D’altronde, in che cosa il sangue ebraico dovrebbe essere diverso dal sangue tedesco? 
E soprattutto: perché mai il sangue dovrebbe stabilire l’identità? 
La domanda è filosofica.

Si può mutare modo di vestire e usanze, si può acquisire una cultura diversa, imparare un’altra lingua, si può perfino cambiare fede – ma il sangue resta. 

È l’essenza in cui si cela l’identità. Nell’ossessione di definire l’Ebreo, come se fosse data un’essenza ebraica immutabile – si cerca di trovare risposta in quell’elemento, interno e interiore, che non può venire esteriormente dissimulato, né contraffatto.
L’acqua non può lavare il sangue – neppure quella della fonte battesimale. 

Maestri nel mimetizzarsi, nel mentire, nel fingere di essere quello che non sono, abili nel rendersi simili, velando e occultando la propria identità, gli ebrei non possono sfuggire al sangue e alla prova del sangue.

Così la Spagna, dopo i battesimi forzati, aveva dovuto chiudere le porte della fratellanza universale, con la Sentencia Estatuto, stipulata a Toledo nel 1449, con cui si la questione dell’essere e la questione ebraica  introduceva la limpieza de sangre per distinguere i cristianos viejos, "cristiani di pura origine cristiana", dai cristianos nuevos, quegli ebrei che, pur battezzati, restavano, per via del sangue, invariabilmente ebrei. 

Ma il rimprovero mosso agli ebrei non era forse di non riconoscere in Gesù il Messia? 
Se dunque lo riconoscevano, diventando "credenti in Cristo", non era teologicamente aberrante discriminarli sulla base del sangue? 
Non era contrario agli insegnamenti di quel rabbi di Nazareth, che a sua voltaveniva dal popolo di Israele? 

Eppure la Spagna, dopo aver promosso per secoli l’assimilazione degli ebrei, con la persuasione e, più spesso, con la violenza, alle soglie della modernità riversò sui conversos il proprio
risentimento, la frustrazione per un’identità che non aveva. 

Sebbene si spacciassero per cristiani, quei marrani avevano continuato a giudaizzare; mentivano, erano voltagabbana, e soprattutto avevano mantenuto inalterati i tratti ebraici, l’astuzia, l’avidità, la vendetta. 
La loro essenza malvagia si conservava nel sangue a cui nessuna conversione aveva potuto porre riparo. 

E il sangue avrebbe rappresentato la barriera invalicabile per tenere a freno la loro ambizione, per impedire la loro intrusione. 
La purezza di sangue, senza contaminazione ebraica, diventò ben più importante della purezza di fede. 
E il criterio per essere veri spagnoli fu la limpieza de sangre de tiempo inmemorial, la purezza di sangue da tempo immemorabile.

Non è difficile riconoscere le «affinità fenomenologiche» che Yerushalmi ha indicato fra la Spagna di allora e la Germania dell’ottocento e del novecento, che vanno tuttavia lette sullo sfondo di un continuum storico.
Analogo è il processo di assimilazione e analoga la reazione di un antisemitismo che mostra la sua contiguità con l’antigiudaismo. 
Questo decisivo nesso storico è realizzato in entrambi i casi da una teologia politica che mira a sconfiggere il nemico interno. 
Ne è un esempio eloquente l’uso politico della teologia nell’Inquisizione.

Da questo punto di vista dovrebbe essere indagato, nella sua inquietante complessità, il fenomeno, finora trascurato, delle molte conversioni di filosofi e filosofe che ruotavano intorno a Husserl, lui stesso ebreo convertito, e si richiamavano alla fenomenologia: da Adolf Reinach a Max Scheler, da Edith Stein a Hedwig Conrad Martius.

Com’è noto il cammino di Stein, che l’aveva portata nella clausura di un convento di carmelitane, una piccola gabbia, nella grande gabbia che era diventata per gli ebrei la Germania, finì ad Auschwitz, e il suo ultimo viaggio, come ha scritto Günther Anders, «fu ancora più straziante di quello degli altri, delle migliaia di esseri umani con cui si avviò ai forni crematori, perché lei […] interpretò, seduta fra loro, la parte della suora carmelitana in una sorta di festa in costume»

Non c’era posto nel Reich per gli ebrei convertiti che,pur essendo cristiani, non sarebbero mai divenuti tedeschi.
L’assimilazione appariva provocatoria. Nel far leva sulla proverbiale abilità "ebraica" di mimetizzarsi, gli ebrei assimilati erano il nemico invisibile.  
Erano, anzi, «uno stato nello stato».

Il paradigma antisemita, che prevale in tale contesto, non è quello dell’ebreo chiamato a testimoniare la verità cristiana, bensì è quello raffigurato da Ester, la regina di cui la storia del mondo non sa nulla, ma la cui Meghillà è ben più realistica di molti altri racconti biblici. 
Il popolo ebraico è accusato di vivere separato, seguendo proprie leggi. Si pensa di risolvere la questione annientandolo in un sol giorno. 

Ester, un’ebrea assimilata, svela la sua identità e salva il suo popolo. Riferimento per i marrani, rappresenta l’estraneità, oscura e infida, ostile e minacciosa,da cui è lecito difendersi preventivamente annientandola.

A questo paradigma, più decisamente politico,attingono le moderne teorie del complotto.
Occorre tuttavia sottolineare che, nell’antisemitismo nazista, anche là dove sembrano prevalere le categorie la questione dell’essere e la questione ebraica politiche, continuano ad affiorare antichi stereotipi teologici.

A ben guardare si coagula proprio nel sangue un’accusa secolare che scuote l’ebraismo tedesco. Diabolicamente astuto, abile nel mescolarsi, per ansia di potere, tra i popoli "civili", il popolo ebraico sarebbe rimasto crudamente selvaggio. 
Si spiega così la sete di sangue cristiano, usato per impastare le azzime durante le feste pasquali. L’accusa è, dunque, di vampirismo e «omicidio rituale».
L’ebreo è il succhiatore di sangue, il vampiro per eccellenza – e da qui scaturisce il «vampirismo economico». 
L’usuraio ebreo succhia il sangue ai cristiani, così come i rabbini uccidono il bambino per fare uso rituale del suo sangue.

È stato Heinrich Heine, nel breve racconto "Il rabbi di Bacherach", a descrivere la scena mitologica dell’omicidio rituale: due cristiani nascondono il cadavere di un bambino
sotto il tavolo degli ebrei, durante la celebrazione di Pesach, per accusarli di vampirismo; il rabbi se ne accorge e fugge in salvo con la moglie Sara. 

Mentre smaschera il crimine e, a sua volta, denuncia la condizione degli ebrei miserabili nei ghetti, vampirizzati dai cristiani, Heine canta il sogno infranto di Sara, alla quale «sembrava che il Reno mormorasse le melodie della Haggadah». 

Ma anche Heine deve risvegliarsi, perché il suo disperato tentativo di essere insieme ebreo e tedesco è condannato al fallimento. 
Si converte, per poi tornare all’ebraismo alla fine della vita, e sceglie l’esilio a Parigi. «La Germania – scrive Nietzsche – ha prodotto un solo poeta, oltre Goethe: Heinrich Heine – e per di più ebreo…».

Heidegger commenta: «questa parola [Jude, ebreo] getta una strana luce sul poeta Goethe – Heine, "il" poeta della Germania».
Dietro l’accusa del sangue trapela la maledizione del deicidio, contenuta nel frainteso versetto di Matteo «il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».

Dopo essersi macchiati del sangue di Cristo, gli ebrei continuano a far scorrere sangue cristiano; ad essere sacrificato è un Gesù bambino anziché adulto. 
Popolo carnale, che non sa leggere il senso spirituale e non sa riconoscere il messia, pur vedendone ovunque le prove, pensa di poter accedere alla salvezza e all’aldilà, non con l’acqua del battesimo, ma attraverso il sangue dell’eucarestia, il cui rito viene orrendamente dissacrato nell’omicidio rituale. 

Così uccidono un cristiano e lo vampirizzano immaginando di poter conciliare la religione di Mosè con quella di Gesù, in un mescolamento dove tutto è contaminato,azzime e ostie, vino e sangue.Insieme all’idea di un "Cristo ariano", l’ossessione di un sangue "puro" riemerge nei culti del nazionalsocialismo.

È l’eugenetica a far leva sul concetto di «plasma degli avi», propagandato dalla fede völkisch, per affermare i nuovi modelli della biologa razziale, non viceversa.
Nel Blutmythos confluisce la transustanziazione: il corpo eucaristico del popolo è al contempo carne, vulnerabile e mortale, del guerriero-martire, e sangue, fluido divino, per origine, che materializza la consustanzialità tra Dio e il popolo tedesco, il nuovo popolo eletto. 

Solo se il sangue resta incontaminato, il Volk può varcare la soglia dell’eternità ed essere «Volk im Werden», popolo in divenire. 
Fra i «cristiani tedeschi», più moderati, e i Deutschgläubige, i fautori di un neopaganesimo germanico, sono soprattutto questi ultimi a insistere sulla purezza del sangue. 

Scrive Rosenberg: «oggi si ridesta una nuova fede: la fede del sangue […]; il sangue nordico rappresenta quel mistero che ha sostituito e superato i vecchi sacramenti».
Il popolo è «comunità di vivi  e morti» legati dal sangue che, sempre lo stesso, torna a scorrere in coloro che vivono e che, perciò, devono dedizione ai morti. 
Emblema dell’eterno ritorno dell’uguale, il sangue che circola non appartiene al singolo, ma solo alla comunità, in grado di dischiudere il terzo Regno, soggiorno terreno e ultraterreno del Deutschtum. 

E il Reich la questione dell’essere e la questione ebraica  può essere «millenario», solo se il deutsches Blut, il sangue tedesco, si conserva inalterato. 
Il fine non è la selezione in vista dell’oltreuomo, ma l’originaria purezza il cui auspicato ritorno, dal passato mitico, è fonte di eternità.

Di questo ritorno è simbolo la croce uncinata, la svastica di salvezza, rovesciata intorno al suo asse di rotazione per indicare la rigenerazione incessante di una razza votata all’immortalità.
La Germania, ariana e endogama, si assicura una discendenza da se stessa facendo indietreggiare, con le «nozze del cadavere», la frontiera tra la vita e la morte, per non rinunciare a nessuna goccia del suo sangue.
Al lutto per i figli non generati durante la guerra si aggiunge il destino tragico dell’eroe caduto nel freddo nulla dell’inferno nordico. 

Che ne è di quei morti il cui sangue bagna a fiotti la terra nemica, lo spazio vitale dell’est che avrebbe dovuto essere germanizzato? 
Le loro anime, coperte da elmetti di acciaio, si innalzano sulla steppa glaciale e incitano i loro camerati a proseguire la guerra contro le orde giudeo-bolsceviche. 
Così li ritrae l’iconografia dell’epoca, mentre gridano ovunque: «vi precediamo».

Se a sopravvivere sono i peggiori, quelli inferiori e indegni di combattere, a cadere sono invece i «migliori», il sangue più prezioso della Germania, versato per la vittoria finale.
 «A noi – scrive Heidegger nel 1941 – non resta che sacrificare il miglior sangue dei migliori [das beste Blut der Besten] del nostro popolo».

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